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giovedì 13 aprile 2017

FuoriTema: un anno a Bristol

Rieccomi.
Credo sia passato un anno (o quasi) dal mio ultimo post su questo blog. Io e le mie fantastiche colleghe siamo sempre in contatto per aggiornare e apportare migliorie alla nostra piccola piattaforma, perciò restate sempre su questi schermi se volete restare aggiornati sulle nostre recensioni!

Oggi, tuttavia, voglio raccontarvi qualcos'altro. Un off topic o, senza troppi forestierismi, fuori tema rispetto ai soliti trattati da noi: voglio parlarvi del mio primo anno all'estero.
Se avete già spulciato nella sezione dedicata allo staff, saprete che nel 2015 ho trascorso un semestre nella magnifica regione del Sichuan, in Cina, per migliorare le mie competenze relative alla lingua cinese. Tornata in Italia a luglio dello stesso anno, a malincuore devo riconoscerlo, ho presto toccato con mano le difficoltà della vita di una giovane neolaureata, alla quale venivano sempre dette frasi come "Wow hai studiato il cinese! Di certo troverai subito lavoro!", ma che di lavoro non ha visto nemmeno l'ombra. Sono una ragazza come tutte le altre, la cui famiglia lavora costantemente sodo per guadagnarsi da vivere. Ho avuto (e ho tuttora) la fortuna di non conoscere, seppur comprendendo, la miseria, e ho sempre avuto molto, molto, molto più di quel che mi occorresse, e di questo sono grata ogni giorno della mia vita. Nonostante ciò, quando gli anni cominciano a passare e ti avvicini ad una certa età, quel che hai non ti basta più e senti il bisogno di volare via dal nido, di cominciare a pensare, anche lontanamente, all'idea di costruirti un tuo futuro.

Il caso ha voluto che il mio futuro cominciassi a costruirlo a Bristol, piccola città portuale a sud ovest dell'Inghilterra, a poco più un'ora da Cardiff, in Galles. Il caso, o la fortuna, che mi hanno condotta in quella che conoscevo solo come ambientazione di Skins (serie tv che ho visto più volte, tra l'altro), è stata una mia cara amica e compagna di università (che, ovviamente, non smetterò mai di ringraziare, niente avrebbe avuto inizio senza te) il cui lavoro l'aveva condotta proprio a Bristol qualche mese prima. 
Castle Park

The Harbourside


Arrivata nella mia nuova città il 13 febbraio 2016 alle 9 del mattino, dopo un'estenuante attesa all'aeroporto Stansted di Londra e quattro ore di bus, non mi restavano neppure le forze per piangere. Eppure, una volta arrivata a casa della mia amica e del suo ragazzo che mi hanno gentilmente ospitata durante le prime, durissime settimane, sono scoppiata in lacrime, e non sono riuscita a fermarmi per diversi giorni. Io, dalla lacrima non proprio facile, che piangevo a fontana. Ero palesemente spaventata da un nuovo inizio, quasi certa di aver commesso un errore a lasciare Palermo, i miei amici e la mia fantastica famiglia, e il pensiero di mollare tutto e tornare a casa mi è balenato più volte in mente. 

Sarò sincera: non mi riconoscevo più. Avevo già sperimentato la vita all'estero, ma stavolta le condizioni erano differenti: da un'atmosfera da vacanza studio ad una realtà in cui "no lavoro no party", ergo senza lavoro dopo un paio di mesi sarei dovuta tornare a casa; da un periodo di tempo limitato ad uno opzionale; ero partita con un gruppo di amici ed ora mi ritrovavo, seppur con l'appoggio della mia amica, la quale è tornata in Italia dopo un mese, da sola.
Il bello di vivere lontani da casa è, in realtà, l'esatto contrario: non si è mai soli. Questa nuova vita mi ha permesso di incontrare tanti nuovi e fantastici amici. Grazie ad uno di essi, il quale, credetemi, è una delle persone più buone che possano esistere sulla Terra, ho trovato il mio attuale lavoro da receptionist in un hotel, lavoro che, per quanto duro ed estenuante possa essere, spesso mi gratifica. Dopo sette mesi sono stata promossa a capo ricevimento, e sono alla ricerca di un'ulteriore promozione, ma questa è un'altra storia.

:)
Quello che vi ho appena raccontato non ha nulla di diverso alle centinaia di migliaia di storie di expat in tutto il mondo. Mi sento spesso dire che ho davvero avuto le palle ad andarmene e a ricominciare da zero e che non tutti al mio posto lo avrebbero fatto...in realtà non penso di aver fatto niente che altri milioni di persone non abbiano già fatto, e che faranno.
Nonostante ciò mi sento di riconoscerlo: per quanto ognuno di noi abbia lasciato la propria casa, la propria patria per motivi diversi (chi per scelta, chi per costrizione, chi per disperazione), sono fermamente convinta che abbiamo tutti una cosa in comune: il coraggio e la voglia di vivere il futuro.

Consigli in pillole per cui vuol trasferirsi all'estero:
Ricordate che, qualsiasi cosa accada, potrete sempre tornare a casa e nessuno potrà biasimarvi per averci provato. Fate solo quel che vi sentite e non fatevi scoraggiare da un inizio non tutto rose e fiori. Non è che l'inizio della vostra nuova vita, ed ogni minimo traguardo raggiunto sarà solo fonte di infinita soddisfazione.

Se volete linee guida specifiche per Bristol o l'Inghilterra in generale contattatemi via mail a ebbrezzadellacultura@live.it o via messaggio privato sulla nostra pagina Facebook.

A presto!
Cheers,
Dorotea.

lunedì 20 marzo 2017

LA DONNA DAI CAPELLI ROSSI di Orhan Pamuk

È bellissima, ha i capelli rossi come le fiamme e il fascino irresistibile dell'attrice che sul palco sa trasformarsi nell'eroina sensuale e perduta dei poemi. Cem è solo un umile apprendista quando la vede per la prima volta: non sa che da quel giorno anche la sua vita seguirà la traiettoria fatale e misteriosa delle tragedie cantate dai poeti.


La donna dai capelli rossi (Einaudi, 2017) è l'ultimo romanzo scritto da Orhan Pamuk, il quale è stato premio Nobel per la letteratura nell'anno 2006.

Pamuk si fa portavoce di un paese come la Turchia, in cui è certamente difficile avere una totale libertà di espressione.
Tutto questo ci viene presentato, descritto dal nostro autore, attraverso quello che è il rapporto padre-figlio.
Attraverso un linguaggio narrativo mite, quasi fiabesco e dal quale si evince una ricerca poetica nella forma, Pamuk ci racconta la storia di Cem, un giovane ragazzo di buona famiglia che non ha possibilità di approfondire il rapporto col padre, poiché presto viene arrestato a causa delle sue frequentazioni politiche. Il padre non farà più ritorno a casa, di conseguenza Cem dovrà provvedere al sostentamento di sé e della madre; nonostante il suo sogno di diventare scrittore, verrà assunto come apprendista da mastro Mahmut, costruttore di pozzi.
È durante il suo soggiorno a Istanbul che il giovane incontrerà l'attrice dai capelli rossi.
Una buona parte della storia è incentrata sui sentimenti d'amore nei confronti della donna che si alternano a quelli di gelosia e paura del rifiuto da parte di Mahmut Usta, il quale diventa man mano una figura di riferimento.
L'unione con lei cambierà per sempre la sua vita.
Notevole è la capacità di Pamuk di sviluppare la visione di Cem attraverso i fondamenti letterari della civiltà occidentale e orientale, intrecciando l'Edipo Re di Sofocle con il Rostam e Sohrab di Ferdowsi.
Sembra quasi inevitabile oltre al tema dell'ideologia, soffermarsi anche sul tema della fede, dei valori morali.
Ed è proprio in questo che troviamo la chiave per conoscere una delle facce della Turchia del tempo, paese in cui la situazione politico-sociale non è mai stata e continua a non essere semplice né elastica; ove la religione diventa, forse, un ottimo capro espiatorio. Un Paese nel quale la figura patriarcale diventa un modello da seguire ma, a volte, da sopprimere. Questa sembra l'unica soluzione se si esprime la volontà di far emergere la propria personalità e di affermare la propria individualità, ottenendo un ruolo sociale riconosciuto.


"Non so perché, ma mi è venuto in mente Dio, - dissi, sussurrando a quel giovane che per un attimo avevo sentito vicino, come se gli confessassi un segreto.


- Dio è ovunque, - disse quel presuntuoso di Serhat.

- È in basso, in alto, a nord, a sud. Ovunque.
- Sì, è vero.
- Se è così, perché non credi in Lui?
- In chi?
- In Dio l'Altissimo, - rispose. - Nel Dio che ha creato ogni cosa.
- Tu come fai a sapere che non credo in Dio?
- È evidente...
- Il laicismo dei turchi ricchi europeizzati si nasconde dietro un pretesto. - Ma in realtà queste persone che sono completamente atee, vogliono il laicismo solo per poter compiere a cuor leggero qualunque azione malvagia gli passi per la mente, giustificandola con la modernità.
- Che problemi hai con la modernità?
- In realtà niente e nessuno rappresenta un problema per me, - disse, calmandosi. - Desidero essere me stesso senza dovermi identificare con i nemici. Con definizioni contraddittorie come democratico, comunista, devoto, moderno, perciò, anziché starmene fra la gente, scrivo poesie. [...]
- È proprio per colpa di queste aspirazioni, di questa preoccupazione per l'individualismo che i nostri ricchi europeizzati non solo non riescono a diventare individui: non riescono nemmeno a trovare se stessi, - disse. - questi turchi ricchi "europei" non credono in Dio, perché credono loro di essere qualcosa. Per questa gente l'individualità è fondamentale. Molti non credono in Dio soltanto per dimostrare di non essere come tutti. Ma non ci riescono. Credere vuol dire essere come tutti. La religione è il paradiso e il conforto degli umili."










_Noemi_

domenica 26 febbraio 2017

Dall'autore de "IL PARADOSSO DI PANCRAZIO"...

PIRANDELLO-LAVIA, BINOMIO VINCENTE
di Luigi Pistillo

Prodotto dalla Fondazione Teatro della Toscana è approdato a Milano al Teatro Franco Parenti L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello.
Il “fiore” è l’epitelioma, un tumore alla pelle. Ed il protagonista del dramma che ne è affetto vive gli sgoccioli della sua esistenza osservando gli aspetti della quotidianità e, “come un rampicante alle sbarre di una cancellata”, rimane attaccato ad essi gustando, per esempio, la bravura dei giovani di bottega mentre confezionano i pacchetti. Sua moglie vorrebbe che rimanesse a casa per prestargli le sue amorevoli cure, ma egli, rivolgendosi all’avventore del bar della stazione con il quale sta colloquiando, dichiara che non può stare fermo. È come immaginare i cittadini di Messina o di Avezzano, vittime del terremoto, “spogliarsi placidi, placidi per mettersi a letto. Ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dell’uscio e cacciandosi sotto le coperte godere del candore fresco delle lenzuola di bucato con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti. Le sembra possibile?” Chiede l’uomo affetto dal male al suo interlocutore.
E sembra possibile che alla fine del secondo decennio del presente secolo nihil sub sole novum!? Ossia nulla è cambiato, non c’è stato alcun miglioramento circa la prevenzione da quando l’autore girgentino rappresentò la sua opera nel 1922. Per cui gli abitanti delle zone a rischio di terremoto continuano a “ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dall’uscio…” ignari di quello che accadrà dopo poche ore.
L’edizione del capolavoro pirandelliano visto al teatro milanese è firmata da Gabriele Lavia (pure interprete principale), il quale innesta nell’atto unico, con mano felice, alcune novelle (sempre di Pirandello), ottenendone un’opera nuova, originale; rispettosa, tuttavia, degli intendimenti dell’autore siciliano.
L’inizio dello spettacolo è spettrale e preconizza il senso della morte che permea di sé tutto l’atto unico. È una notte di tempesta. Sullo sfondo d’una sala d’aspetto (le scene sono di Alessandro Camera), attraverso una vetrata, s’intravvede una donna che cammina e si ode uno sferragliare di treni amplificato che produce un effetto sinistro, spaventevole.
Atmosfera vagamente dreyeriana che evoca l’anticamera degli inferi, non un luogo dove liberamente si può partire e ritornare.


Poi c’è un omino (“l’uomo dal fiore in bocca”) rannicchiato su una panca. Potrebbe essere un clochard, sicuramente non deve andare da nessuna parte; egli è in attesa, attende che arrivi qualcuno. E difatti presto arriva. È un viaggiatore che ha perso il treno, è carico d’un numero esagerato di pacchi e pacchettini dai colori sgargianti. Inciampa e cade destando l’attenzione dell’omino che gli va incontro gioioso, da squisito anfitrione. Si capisce che lo stava ansiosamente aspettando. L’omino ha un aspetto trasandato: un cappelluccio, una giacchettina sgualcita, eppure rivela con camicia e cravatta dei trascorsi di borghese decoro. L’aiuta a raccogliere i pacchi, una raccolta che si svolge a ritmo di danza con musica (l’autore delle appropriate  musiche è Giordano Corapi). Lavia si pone da subito in modo ironico, a tratti clownesco. Sfodera il suo armamentario da artista del palcoscenico tout court, balla, corre con sorprendente agilità dando l’impressione d’un giovane truccato da uomo maturo.  Accorcia la sua figura ingobbendosi lievemente, un accorciamento simbolicamente legato all’approssimarsi della dipartita. Mima la confezione di pacchi con la grazia d’un Marcel Marceau, recita e canta con accento siculo, ma con misura non scadendo nel pittoresco; da drammaturgo e regista amplia il personaggio del viaggiatore (normalmente poco più che una comparsa), rendendolo talora coprotagonista. Il ruolo è affidato al bravo Michele Demaria che con voce stridula, contrapposta a quella calda, brunita e corposa di Lavia, rende bene le stupefazioni, le riflessioni da “uomo pacifico”. 
Tra i due personaggi s’instaura immediatamente un’intesa. L’omino ha marcato il territorio, considera quindi la sala come uno spazio suo e si mette in desabillè invitando il suo “ospite” a fare altrettanto. Gli fa sfilare scarpe e calze poiché inumidite dalla pioggia. Il viaggiatore si ben dispone ad ascoltare le parole dell’omino che ha una gran voglia di vita e che con disperata energia cerca di esorcizzare la sua tragica condizione. Vede la moglie (la donna dietro la vetrata dell’inizio impersonata da Barbara Alesse) e l’insegue armato di pistola e spara. Il tenero omino, pensando di uccidere la moglie-morte, si nutre dell’illusione di potersi sottrarre al suo crudele destino; e ciò genera in chi lo osserva un sentimento di commossa simpatia verso cotanta disarmante ingenuità. Il viaggiatore ad un dato momento prende commiato e l’omino rimane ancora solo, desolatamente solo, aspettando un possibile prossimo “ospite”. L’allestimento visto al Parenti è d’una  levatura eccezionale ed il pubblico ha voluto ringraziare Gabriele Lavia tributandogli applausi prolungati, scroscianti, riservati (almeno nella prosa è così), solitamente solo ai grandi eventi.





L'Ebbrezza della Cultura ringrazia infinitamente Luigi Pistillo per averci scelto. 

Grazie

lunedì 16 gennaio 2017

"DONNE CHE AMANO TROPPO"

"Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo"


Il libro "Donne che amano troppo" è stato pubblicato dalla scrittrice e psicoterapeuta americana Robin Norwood, nel 1985.
Questo rientra nella categoria cosiddetta self-help book, ossia un libro che si prefigge l'obiettivo di istruire ed indirizzare i lettori verso la soluzione dei problemi personali. In tal caso, dunque, rappresenta una guida verso la consapevolezza di se stessi e verso l'equilibrio dei sentimenti.

Nel suo libro, R. Norwood narra le testimonianze di alcune donne sue pazienti, le quali hanno deciso, ridotte allo stremo, di chiedere aiuto e intraprendere il cammino verso la guarigione dal "troppo amore".
Si ben evidenzia quanto sia incisivo durante l'infanzia il rapporto con i genitori.
La maggior parte di loro viene da famiglie con problemi di alcolismo, ove vi è una certa rigidità, vi sono problemi di comunicazione, o vi si subiscono violenze.
Queste donne sono ferite, traumatizzate, ma nonostante ciò in maniera quasi del tutto inconscia cercano di ricreare nei loro rapporti sentimentali le stesse condizioni vissute da bambine, in ambito familiare.
Se da piccola, Jill, ha avuto un padre che è stato incapace di mostrarle affetto, ecco che da adulta sposerà un uomo al quale dovrà sempre chiedere l'attenzione, arrivando addirittura a colpevolizzarsi per questa mancanza.

"È una regola fondata sull'esperienza: porre fine a una relazione che ci fa stare male è tanto più difficile quanto più ci ricorda i nostri struggimenti infantili. Se si ama troppo vuol dire che si sta cercando di superare le vecchie paure, le rabbie, le frustrazioni e le sofferenze dell'infanzia, e smettere significa rinunciare a un'occasione preziosa di trovare sollievo e di rimediare ai torti che ci sono stati fatti. [...] Risorge l'antico senso di vuoto e le turbina intorno, spingendola in fondo al pozzo dove vive ancora il suo terrore infantile di essere sola, e dove sonnecchia una sofferenza che minaccia di risvegliarsi. [...]
È questa eccitante prospettiva di riparare torti subiti, di conquistare l'amore perduto e di ottenere l'approvazione negata, la chimica inconscia che sta dietro l'innamoramento delle donne che amano troppo."

Pensare di non essere abbastanza, sentirsi responsabili del proprio uomo, impiegare tutte le proprie energie per farsi amare, per cambiarlo o controllarlo, o ancora, dimenticarsi di se stesse e dei propri bisogni per soddisfare sempre e solo quelli di lui, chiudendo un occhio sulle sue manchevolezze, sui suoi vizi; questi sono tutti sintomi della malattia dell'"amare troppo".
Nel libro viene anche riportato uno schema che illustra il parallelismo tra quest'ultima e la malattia dell'alcolismo, mostrandone in entrambi i casi la progressione e la relativa guarigione.
Si spiega nel dettaglio come l'amare troppo crea una vera e propria dipendenza, paragonabile alla dipendenza da alcol, nelle donne che invece non si amano abbastanza.
Non manca certo il lieto fine, una porta aperta alla speranza per ognuna di queste donne che decidono di intraprendere la via verso la consapevolezza, lavorando duramente su se stesse e sui propri sentimenti giorno per giorno, e combattendo la tentazione di ricadere sugli stessi errori.

"Molte donne commettono l'errore di cercare un uomo con cui sviluppare una relazione senza aver sviluppato prima una relazione con se stesse; corrono da un uomo all'altro, alla ricerca di ciò che manca dentro di loro. La ricerca deve cominciare a casa, all'interno di sé. Nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo davvero noi stesse, perché quando nel nostro vuoto andiamo cercando l'amore, possiamo trovare solo altro vuoto. Quello che manifestiamo all'esterno è un riflesso di quello che c'è nel più profondo di noi: quello che pensiamo del nostro valore, del nostro diritto alla felicità, quello che crediamo di meritare dalla vita. Quando cambiamo queste convinzioni, cambia anche la nostra vita."

"Siamo tutti, ciascuno di noi, pieni di orrore.
Se vuoi sposarti per sfuggire al tuo orrore, riuscirai solo a sposare il tuo orrore a quello di qualcun altro; i vostri due orrori odieranno il matrimonio, tu sanguinerai e dirai che questo è amore."
Michael Ventura

Oggi come oggi, dopo tutto quello che sta accadendo nel nostro Paese (e oltre), dove la cronaca è satura di storie di donne che vengono molestate, deturpate, uccise per quello che qualcuno ha definito "troppo amore", mi preme maggiormente farvi luce su quei pochi strumenti che abbiamo a disposizione per cercare di informarci, ma anche di guardarci dentro, di essere onesti con noi stessi e ammettere, nell'eventualità, di avere (largamente o meno) dei problemi che meritano una corretta analisi e la conseguente guarigione.
Amare troppo, a volte (o ormai spesso), sviluppa in alcune donne una cecità latente che non permette loro di mettere a fuoco la reale situazione in cui si trovano accanto al loro compagno.
Vi è l'incapacità di scindere cosa è amore da cosa non lo è.
Ecco perché è importante fare un primo passo e muoversi verso la soluzione del problema, una volta riconosciuto e accettato.
È fondamentale che noi donne sappiamo riconoscere il valore che abbiamo e che dipende solo ed esclusivamente da noi stesse e da nessun'altro.
Ogni donna, e perché no, anche ogni uomo dovrebbe necessariamente avere nella propria libreria "Donne che amano troppo".

"Se un individuo è capace di amare positivamente, ama anche se stesso; se può amare solo gli altri, non può amare affatto."
Erich Fromm, L'arte di amare








_Noemi_










lunedì 2 gennaio 2017

IL PARADOSSO DI PANCRAZIO di LUIGI PISTILLO

E come cominciare l'anno in modo migliore, se non scrivendo una nuova recensione?

BUON ANNO A TUTTI VOI, CARI LETTORI!

Oggi voglio parlarvi di quella che, azzardo, potrebbe essere una pietra miliare della letteratura contemporanea italiana.
Siamo abituati ad una narrativa parecchio semplice e semplicistica generalmente parlando, salvo eccezioni, ovviamente. Ed ecco qui l'eccezione.
Sto parlando del libro Il paradosso di Pancrazio, scritto da Luigi Pistillo (ed. MURSIA).

Luigi Pistillo, già attore e regista teatrale (vedi film "Trincea") è nato a Campobasso, ma attualmente vive a Milano. Ha conseguito la laurea in Lettere Moderne all’Università di Urbino e ad oggi collabora con periodici come "Il Domenicale" in qualità di critico teatrale e letterario. Ha avviato questo progetto di scrittura, portandolo a termine con grande successo.
Il paradosso di Pancrazio è il suo primo romanzo. 

Colgo l'occasione di ringraziarlo anche qui per aver scelto l'Ebbrezza della Cultura, riponendo con grazia e affetto tutta la sua fiducia in noi, nonostante viviamo e condividiamo una piccola realtà.

Grazie mille.



Come il calabrone vola a dispetto delle leggi della fisica, allo stesso modo Pancrazio vive pur sprovvisto di tutti gli attributi necessari e sufficienti per affrontare la multiforme e ostile metropoli milanese. Un paradosso vivente, questo è Pancrazio.
Stralunato e ingenuo precario esistenziale, senza un lavoro fisso, senza cultura, senza passioni (a parte le donne e la collezione di tappi), un po' sovrappeso, il protagonista di questo romanzo è ogni giorno alle prese con gli enigmi della realtà che di volta in volta hanno il volto di improbabili ciarlatani di televendite, ragazze rimediate via Internet, vicine di casa sadiche, medici avidi e artisti d'avanguardia, pubblici amministratori inaffidabili.
Per tacere della sua famiglia e degli amici. Pancrazio, il Biagiotti, la signora Giovanna – rispettivamente padre e madre del paradosso vivente – e Franco, l'amico di sempre, compongono una bizzarra compagnia di ventura alle prese con la vita e la sua straordinaria assurdità. Divertente, grottesco, satirico, spietato e tenero, questo romanzo guarda il mondo con gli occhi ingenui di Pancrazio.
E lo vede per quello che è: un rumoroso caravanserraglio dove nessuno può dirsi davvero normale. A parte Pancrazio che, paradossalmente, ha tutte le qualità senza averne nessuna.

Pancrazio viene presentato come un uomo semplice, mite e decisamente immaturo. Una personalità nettamente contrapposta a quella del padre Carlo, dinamico e risoluto.
È satollo di contraddizioni, i suoi ragionamenti sono privi di linearità e lo ben dimostra il suo modo paradossale e ironico di approcciarsi alla realtà circostante.
Coccolato dalla mamma Giovanna, la quale lo giustifica dando la colpa al padre del suo essere scansafatiche e demotivato, ci porta agli occhi il quadro attuale della famiglia italiana 'tipo'.
Non manca la critica, seppur celata, al sistema che caratterizza il nostro Paese e ai principi e ai valori etici con i quali viviamo.
Posso dire con fermezza che Pancrazio è ognuno dei ragazzi di oggi. È ognuno di noi.
L'incapacità di confrontarsi con gli altri, di misurarsi in situazioni nuove e che richiedono delle responsabilità, come il lavoro o le relazioni sentimentali. L'essere restìo ad uscire dal nido. Il perpetuo tentennare nel compiere scelte.
Possiamo riconoscergli però, la coerenza nell'analisi di se stesso, delle sue idee.
La perseveranza del nostro apatico protagonista a non vedere, o meglio non voler vedere con oggettività e con matura consapevolezza la realtà che si trova a vivere, dovrebbe essere spunto di riflessione per tutti.
Ogni personaggio, in dati contesti, che viene fuori man mano che la storia si sviluppa vuole insegnarci qualcosa.
Leggendo delle sue avventure mi è stato impossibile non pensare "cavolo, ma è proprio così!"; vi assicuro, chiunque di noi si è trovato almeno una volta a vivere il paradosso di Pancrazio.
Ad arricchire e a rendere più "assurda" la storia è il linguaggio scelto dal nostro scrittore: diretto, conciso, a tratti dialettale e scurrile ma anche desueto e istrionico.
Insomma, un mix di risate e ironia ai limiti dell'incredibile che sdrammatizza (non di poco) il messaggio morale.

Andrea G. Pinketts lo ha definito così:
«Pancrazio è un po' cugino di Candide, cognato sfigato di Forrest Gump, ma sostanzialmente figlio spaesato di Marcovaldo. Un umorismo irresistibile sul paradosso di una realtà inaccettabile, ma condivisibile.»

E io mi trovo pienamente d'accordo.
Se volete affrontare un viaggio "nuovo", seppur familiare, perché vissuto quotidianamente nella nostra vita, ma con una particolare vena comica (come non si leggeva da anni), non potete non leggere l'opera dello scrittore Luigi Pistillo.



_Noemi_












martedì 27 settembre 2016

Voglia di LIBRI (e che Libri!): Jane Eyre e la sorprendente attualità dei classici

Vi è mai capitato di amare qualcosa ancor prima di scoprire di cosa si trattasse? 
Questo è ciò che mi è successo con Jane Eyre, uno dei romanzi più celebrati di sempre, appartenente al superbo periodo letterario, d'epoca vittoriana svoltosi in Inghilterra nel 19° secolo , che comprende, tra i nomi più noti al pubblico d'ogni parte del mondo, le opere di Jane Austen (sebbene non proprio associabile al romanzo vittoriano), William Thackeray, Charles Dickens e le sorelle Bronte, e tra esse Charlotte Bronte, autrice del romanzo di cui parleremo oggi. 

Questo post non vuole essere una vera e propria recensione (romanzi come Jane Eyre, francamente, non ne hanno alcun bisogno), quanto una riflessione sui personaggi, e sulla sorprendente attualità che essi rivelano nel corso della lettura, a distanza di quasi duecento anni, in un'epoca diametralmente opposta alla nostra. Tuttavia, mi piace pensare che, nonostante la notevole distanza temporale dall'epoca in cui Charlotte Bronte ha pubblicato il romanzo (era il 1847) ad oggi,  ci si possa ancora emozionare e, perché no, immedesimare nei personaggi, le cui vicende, se traslate in un'epoca più recente, sono ancora molto verosimili. 
 
Dal film di Franco Zeffirelli (1996)
Iniziamo con l'inquadrare per l'appunto i protagonisti, prima fra tutti la nostra eroina. 
Chi è Jane Eyre? Jane è una giovane donna, neanche ventenne, che porta ancora oggi le cicatrici delle ferite del passato, tra un'infanzia in una famiglia adottiva in cui non era amata ed il successivo trasferimento nel collegio di Lowood, dove il cibo è scarso, il clima è rigido e vi è poco spazio concesso agli svaghi. Otto anni a Lowood trasformano Jane in quella figura severa che la zia Reed, nonché tutrice della ragazza, aveva più volte criticato e vessato anni prima. Ad un occhio esterno Jane non sembra che una giovane istitutrice, rigida, dedita solo al lavoro e del tutto ignara di alcun tipo di divertimento, ed è così che si descriverà lei stessa (il romanzo è per l'appunto in prima persona). In realtà Jane non è che una ragazza qualsiasi, che sa emozionarsi per le piccole cose, la cui unica sfortuna è stata non aver alcun approccio col mondo in cui vive il suo, chiamiamolo così, datore di lavoro, Edward Rochester, conoscitore del mondo, appassionato di viaggi e di belle donne. 
Prima di passare a Rochester, altra figura interessantissima del romanzo, soffermiamoci ancora su Jane: quel che più sorprende, a parer mio, è la normalità assoluta di questa ragazza, dalle ribellioni infantili ritenute dalla zia "appartenenti ad un animo malvagio" (andiamo, chi di noi non ha mai risposto male a 10-11 anni?), alle passioni scoperte una volta uscita dal collegio. Jane è chiaramente dipinta come una giovane donna affamata di vita e d'amore, che pian piano scopre la bellezza di una vita migliore (ci si intenerisce davanti alla sua reazione quando vede la sua nuova stanza nella tenuta di Rochester), e soprattutto la scoperta di ciò che, fino a d'ora, non riteneva le fosse possibile ottenere: l'amore di un uomo, la cui ricchezza avrebbe potuto concedergli le donne più belle (tra cui la frivola, ma affascinante e anche molto poco sensibile Blanche Ingram), ma sceglie lei, lei che sa leggere nella sua anima e lo ritrae, attraverso il delicato tocco della sua matita, per l'uomo che realmente è. 



Potrei dire molto altro su Jane, ma voglio concentrarmi sugli altri importanti personaggi della vicenda. Riallacciandoci a quanto detto sopra, Edward Rochester viene inizialmente presentato come una figura evanescente, un padrone per lo più assente durante l'anno, ma di buon cuore (lo si vede dai doni che porta ad Adele, allieva di Jane, nonché figlia illegittima di Rochester). Man mano che i fatti si susseguono, la maschera indossata da Rochester scivola lentamente, rivelando le umiliazioni e le ingiustizie subite da un uomo che nella sua vita ha inghiottito bocconi sempre più amari. Per lui la presenza di Jane avrà una parvenza angelica, che gli permetterà di scoprire - così come a Jane stessa - cos'è l'amore.

Interessante la presenza di personaggi complementari ai protagonisti stessi. Se è vero che "gli opposti si attraggono", qui l'affermazione è legge: quando Jane scopre dell'imminente arrivo di Blanche al castello, passa ore ed ore ad immaginarla e addirittura la ritrae per dar vita alla sua fantasia. Al momento del suo arrivo, Blanche dà conferma a Jane dell'idea che quest'ultima si era fatta, una donna i cui abiti candidi e i boccoli sapientemente arricciati porteranno sicuramente un matrimonio vantaggioso, ma la cui mancanza di tatto allontanerà da sé alcuna possibilità di amare veramente. 

Così come Blanche è opposta a Jane, anche il reverendo St. John Rivers, sostenitore di Jane durante uno dei momenti più difficili di tutto il romanzo, sembra essere diametralmente opposto a Rochester. L'uno bello, ma tremendamente austero e dedito solo alla sua missione, l'altro brutto ma affascinante, intento a provocare Jane con le sue affermazioni mordaci e le sue domande trabocchetto. Ciononostante, l'amore che lega St. John a Jane, più che un amore viene visto come un dovere, la cui prepotenza spegne ogni interesse ancor prima d'accenderlo. 
Un'altra, importante figura, nonché principale causa di crollo verso la fine del romanzo, si rivela nel libro verso la fine, ma non voglio spoilerarvi più di quanto non abbia già fatto. Vi basta solo sapere che è non è che la goccia che fa traboccare il vaso di segreti e dolori dello stesso Rochester.

Tirando le somme, prima che questo post risulti infinito, vi lascio le mie ultime osservazioni e anche un paio di domande: è pur vero che, spesso e volentieri, nei classici il sugo è molto allungato (io stessa, tra pagine e pagine di dialoghi in cui non si arrivava a nessun punto mi chiedevo: e quando concludete?) e quindi la parola lascia il posto all'azione, ma non è sorprendente quanto i sentimenti, le inquietudini e soprattutto (lasciatemi passare la parola) le sfighe accomunino figure del 1800 a noi poveri e pazzi del 2016? Immaginate a quante Jane, a quanti Rochester e a quante Blanche avete incontrato nella vostra vita...o se siete voi stessi Jane, Rochester e Blanche. Questo non è solo un invito a leggere i classici (la curiosità deve comunque nascere spontaneamente), ma un invito a rivisitarli, a non classificarli come "vecchi" ancor prima di aver letto la trama, o ad associarli soltanto barbosi e letti a causa della scuola o di un esame. Pensate alle vicende dei personaggi, trasponete le loro storie in un'epoca più attuale e magari penserete "cavolo, ma Jane sono io!".

Vi segnalo (e non mi stancherò mai di farlo) anche la sublime trasposizione cinematografica diretta da Franco Zeffirelli nel 1996, con Charlotte Gainsbourg (sì, quella di Nymphomaniac di Lars Von Trier) nel ruolo di Jane Eyre. Ho visto anche la versione del 2011, diretta da Cary Joji Fukunaga, ma...per me è no. 

Augurandovi una buona giornata vi invito sempre a seguirci sulla nostra pagina Facebook, rinnovo le mie scuse per l'infrequente attività, ma lavoro tantissimo e il poco tempo che ho preferisco passarlo lontana dal pc. Fateci sapere le vostre sempre apprezzatissime opinioni e ricordatevi sempre di vivere, leggere, ma soprattutto Amare.
Dorotea.

    giovedì 9 giugno 2016

    Voglia di LIBRI: "Fiore di Neve e il ventaglio segreto" di Lisa See (2009) - storia di un'amicizia in Cina

    Per la serie "a volte tornano"...rieccoci!
    Chiedo ancora una volta perdono per la ripetuta latitanza, ma destreggiarsi tra lavoro, vita nuova lontana da casa e il blog diventa sempre più difficile! Per farmi perdonare, eccovi una recensione, più che a caldo oserei dire ancora sul fuoco, di un romanzo la cui lettura è stata terminata una decina di minuti fa. 

    Oggi vi parlo per l'appunto di un romanzo consigliatomi da una cara amica (e se gli amici veri vi consigliano dei libri, accettate il consiglio, quasi sempre il romanzo saprà leggervi nel cuore così come i veri amici sanno fare): si tratta di "Fiore di Neve e il ventaglio segreto" dell'autrice americana Lisa See, edito da Tea nel 2009. 
    Vi basterà dare un'occhiata alla bibliografia della See per riconoscere la sua sconfinata passione per la Cina, complice la presenza del nonno cinese. Questa passione per la cultura e la civiltà cinese del diciannovesimo secolo si respira pagina dopo pagina, catapultando il lettore entro un mondo in cui, sebbene la vita fosse tutto fuorché semplice, soprattutto per le donne, e dettata da un'infinità di regole a cui obbedire pedissequamente, onde scongiurare una rinascita ancor più difficile, la tradizione e il rispetto per le proprie radici ha la meglio, ricordando al lettore che prima di tutto dobbiamo sempre tener presente chi siamo e da dove veniamo.
    Solitamente non comincio mai una recensione con le mie considerazioni personali, ma stavolta penso fosse necessario farvi un quadro generale prima di riassumervi brevemente la trama. 

    Di cosa parla questo romanzo? Come già accennato sopra, ci troviamo nella Cina del diciannovesimo secolo, un'epoca in cui mettere al mondo figlie femmine era una disgrazia (soprattutto se primogenite) e dove centinaia di migliaia di piedi venivano fasciati - anche a costo di morire - per garantirne una forma aggraziata, adatta a stipulare un matrimonio vantaggioso per la famiglia della sposa. In questo contesto, dove le donne passano le loro giornate ad occuparsi della casa, a ricamare e a badare ai figli nelle loro stanze, conosciamo Giglio Bianco, protagonista nonché voce narrante della storia, e Fiore di Neve, la sua laotong, ovvero compagna di vita stabilita dalla zia di quest'ultima, sensale del villaggio di Jintian che, analizzando i caratteri componenti i nomi delle bambine, ha suggerito che le due venissero legate in amicizia per sempre, e che condividessero tutti i momenti più importanti delle rispettive vite. 
    L'amicizia tra Giglio Bianco e Fiore di Neve dura oltre quarant'anni - dall'inizio della dolorosa e crudele fasciatura dei piedi, al momento delle promesse di patrimonio fino alle nascite dei figli - ogni cosa viene registrata, nella lingua segreta delle donne, il nushu, in un ventaglio, oggetto simbolo dell'eterno ed indissolubile legame tra le due donne, il cui rapporto d'amicizia verrà ripetutamente ostacolato dalle rigide convenzioni sociali, ascese e discese di rango, nonché imperdonabili sbagli e rimpianti che, diverse volte, ricorderanno all'autore quanto a volte sarebbe stato facile lasciarsi il passato alle spalle. Fa da sfondo storico la rivolta dei Taiping, avvenuta a metà del 1800, nonché capitolo fondamentale per l'intera vicenda. 

    Intenso, quanto veritiero, il modo in cui l'ormai ottantenne Giglio Bianco racconta la storia della sua vita e dell'amicizia con Fiore di Neve. Mentre leggi ti sembra quasi di vederla lì, seduta in un angolo, i capelli bianchi e radi e l'aspetto fragile, mentre scioglie i nodi di una matassa che ha sempre portato nel cuore.
    Romanzi così non necessitano altre spiegazioni. Necessitano soltanto una visita alla libreria più vicina. Io nel frattempo, anche se non posso promettervi nulla, cercherò di essere un tantino più costante. Ricordatevi che siamo attivi anche su Facebook, fateci sapere quali sono state le vostre ultime letture e se avete letto e apprezzato questo romanzo, alla prossima!

    Dorotea.
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